Làros di Gino Caudai e Compagnia Zerkalo
presentano
Pino Quartullo
in
ORESTE
di
Euripide
con
Marco Imparato
Giulio Forges Davanzati
Alessandra Fallucchi
Claudio Mazzenga
Silvia Degrandi
Alessia Ferrero
Tommaso Garrè
Valeria Cimaglia
Stefania Bassino
Adattamento e regia di
Alessandro Machìa
Scene: Katia Titolo
Costumi: Annalisa Di Piero
Assistente alla regia: Alessia Ferrero
Ufficio stampa: Nicola Conticello
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Durata dello spettacolo: 90 minuti
Numero atti: atto unico
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Personaggi e interpreti
Tindaro/Apollo > Pino Quartullo
Oreste > Marco Imparato
Pilade > Giulio Forges Davanzati
Elettra > Alessandra Fallucchi
Menelao > Claudio Mazzenga
Elena > Silvia Degrandi
Ermione > Alessia Ferrero
Messaggero/Frigio > Tommaso Garré
Coro > Valeria Cimaglia e Stefania Bassino
DAL PROLOGO
nell'adattamento di Alessandro Machìa, regista dello spettacolo
ELETTRA Niente è così terribile, non c’è dolore né sciagura imposta dagli dèi di cui la natura umana non debba portare il peso.
Prima o poi.
Tantalo, il figlio di Zeus, era felice,dicono, e adesso è sospeso a mezz’aria, terrorizzato dalla pietra che incombe sulla sua testa.
E sconta la sua pena, dicono, perché pur avendo avuto, lui - un uomo - il privilegio di sedere al tavolo degli dèi, non seppe tenere a freno la lingua.
Il peggiore dei vizi.
Tantalo generò Pelope e Pelope Atreo a cui la dea Eris, filando la sua trama vi inserì la discordia, e il destino di fare la guerra a suo fratello Tieste.
Atreo gli uccise i figli, offrendogli in pasto le carni.
Da Atreo nacquero il glorioso Agamennone - glorioso davvero? - e Menelao.
Menelao prese in moglie Elena, odiosa agli dèi, Agamennone invece sposò Clitemnestra.
Ebbe da lei tre figlie: Crisotemi, Ifigenia e io, Elettra.
E un maschio: Oreste, nato dalla più sacrilega delle madri, che uccise il marito imprigionandolo in una rete senza scampo.
Il motivo?
Non è bene che una vergine lo dica: ci pensino gli altri, su questo taccio.
Quanto ad Apollo: come si può accusare un dio di ingiustizia?
Eppure fu lui a convincere Oreste a uccidere colei che lo aveva partorito. Un’azione non certo gloriosa.
Ma Oreste obbedì al dio, e la uccise.
E anch’io partecipai al delitto – per quanto concesso a una donna – e anche Pilade collaborò con noi all’assassinio.
Da allora l’infelice Oreste giace qui, gettato su questo letto, consumato da un male atroce, e il sangue della madre lo perseguita con accessi di follia.
Dico il sangue, perché non oso nominare le dee che lo sconvolgono con il terrore.
Sono ormai passati sei giorni, da quando ha scannato nostra madre, il suo cadavere è stato purificato col fuoco.
E da sei giorni Oreste non tocca cibo, non si lava: si nasconde sotto le coperte e quando il male allenta la presa, torna in sé e piange; a volte invece salta via dal letto, come un puledro che si ribella al giogo.
La città di Argo, questa città, ha decretato che nessuno accolga in casa né rivolga parola alcuna, a noi matricidi.
Oggi è il giorno decisivo: la città voterà se noi due dobbiamo morire.
Ma ci resta una piccola speranza di sfuggire alla morte: Menelao, è qui, di ritorno da Troia, ha vagato a lungo per mare in balia dei venti.
Ha mandato avanti Elena, la causa di tanti lutti; ma ha atteso la notte, temeva che qualcuno degli Argivi, vedendola arrivare in pieno giorno, la assalisse a colpi di pietre.
Ora Elena è di là, piange la sorella e la sciagura che si è abbattuta sulla casa. Ma non le manca il conforto: Ermione, sua figlia, che aveva abbandonato per andare a Troia; Menelao l’aveva portata qui da Sparta, affidandola a mia madre perché l’allevasse.
Io continuo a scrutare ogni via in attesa di Menelao.
Solo lui può salvarci.
Siamo aggrappati a una fragile àncora e non c’è scampo per una casa caduta nella sventura.
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